Tasting the world - a spasso nella gastronomia italiana e mondiale

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Gambino – vini DOC alle pendici dell’etna

In Italia, Italiano, Produttori, Sicilia on novembre 27, 2008 at 5:15 pm

Estate 2008

Alle pendici dell’Etna, di ritorno da un’escursione alla scoperta dei paesaggi lunari di cui il vulcano omaggia i suoi ammiratori dopo una recente eruzione, decidemmo di portare a casa come ricordo qualche bottiglia di buon vino.

Nel paese di Linguaglossa, trovammo le indicazioni per l’azienda agricola Gambino. Decidemmo di seguirle. La nostra utilitaria era stanca dal viaggio verso le bocche dell’Etna e, a fatica, riuscì a condurci a destinazione.

Azienda agricola Gambino

Contrada Petto Dragone
95015 Linguaglossa (CT)
tel. +39 095 2272678  fax +39 095 2274188  mob. +39 348 8220130
e-mail:
info@vinigambino.eu

http://www.vinigambino.it/ è possibile ordinare i prodotti tramite il web

L’azienda Gambino è situata a circa 800 metri di altezza, il visitatore che decide di avventurarsi fin lassù, si trova immerso in una immensa gradinata di vitigni, per poi arrivare alla villa dove è accolto da un gruppo di giovani esperti.

Ci fecero accomodare nella tavola imbandita, già in attesa degli ospiti per cena, e ci offrirono tre assaggi dei loro migliori vini: un etna rosso, un etna bianco e il cantari.

L’Etna bianco è prodotto da vitigni Carricante, Cataratto bianco, Minnella bianca e Trebbiano. È un vino secco dal colore giallo paglierino e dal profumo delicato e fruttato.

L’Etna Rosso, è prodotto da una miscela di Nerello cappuccio e Nerello mascalese ha un’alta elevata gradazione alcolica (12,5 minimo), è secco di colore rosso rubino ed ha un profumo intenso ed un gusto corposo.

Il Cantàri, così chiamato perché chi lo ha prodotto asserì che facesse cantare coloro che lo bevevano (in dialetto siciliano cantari significa appunto cantare), è un vino rosso dal sapore intenso.

La degustazione fu accompagnata da un cesto di cubetti di formaggio pepato stagionato (tipico siciliano) e dell’ottimo pane che lasciava in bocca il gusto delle mandorle. Il pane arrivava da un fornaio della vicina Aci Reale, che nel forno a legna bruciava proprio gusci di mandorla; non riuscimmo a trovare il produttore, chiunque lo conosca, non esiti a lasciarmi un commento.

Seguì una visita dell’azienda, in cui l’addetto ci mostrò il macchinario che imbottiglia il vino, precisando le condizioni precise di temperatura a cui si deve trovare.

Nella stessa azienda è possibile acquistare olio, salse e vari tipi di miele alla frutta (acquistai quello alla fragola, ottimo, anche se molto piccante).

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Joia – ricercatezza, raffinatezza, poca sostanza

In Italia, Italiano, Milano, Vegetariano on novembre 20, 2008 at 11:42 am
Una tipica portata del ristorante Joia

Una tipica portata del ristorante Joia

22 settembre 2007

Una ricorrenza.

Il desiderio di approfondire la conoscenza della cultura vegetariana.

La disponibilità di un budget sostanzioso.

Questi gli ingredienti che mi hanno fatto decidere di prenotare un tavolo al ristorante Joia di Milano.

Ecco l’indirizzo preciso:

Joia – Alta cucina naturale

via Castaldi, 18

20124 Milano (MI)

tel: 02 2049244, 02 29522124 – si consiglia la prenotazione

Trovai un locale accogliente, molti tavoli, quasi tutti occupati, da coppie e famiglie principalmente.

Scelsi un menù da 70 euro specificando al cameriere che avrei potuto scegliere solo portate prive di latticini (in quel periodo osservavo in modo rigoroso la mia dieta priva di lattosio a causa di un’intolleranza).

Ebbene, i nomi dei piatti che avrei assaggiato non permettevano di comprendere di cosa si trattasse. Ogni portata era denominata con una frase poetica, romantica, sognante. Per tale motivo non avevo assolutamente idea di cosa mi aspettasse.

Si versa prima da sinistra, poi da destra questo il nome di una delle portate: di fronte a me un piatto con tre bicchierini contenenti tre fluidi, uno color arancio (contenente presumibilmente della passata di carote o di zucca) uno verde (contenente della zucchina) uno bianco (contenente del latte di mandorla). Il cameriere, pazientemente, mi spiegò il modo in cui lo chef voleva che si degustasse il piatto. Avrei dovuto bere un po’ dal bicchiere in centro, poi versare da quello di sinistra e berne ancora una metà ed infine miscelare anche quello di destra, bevendone poi il risultato.

Ho osservato con precisione le istruzioni ed penso di aver assaporato quella joia cui si riferisce il nome del ristorante.

Un’altra portata prevedeva il suono del gong prima di essere degustata ed era chiamata appunto gong.

Un’altra ancora si proponeva di abbinare il senso del gusto al tatto ed era costituita da un piatto contenente tre diversi assaggi, i quali dovevano essere degustati toccando alcuni oggetti presenti nell’altro piatto: un sasso, un rametto di rosmarino…

Tra i dolci ho assaggiato il lago di gelatina, servito in un bicchiere alto e trasparente a base rettangolare con alcune fragole galleggianti e dei fili di argento commestibile.

In questo ristorante ho assaggiato per la prima volta oro e argento commestibili, l’oro era utilizzato per ricoprire delle squisite palline servite come antipasto.

Faticai ad arrivare all’ultima portata, nessuna aveva consistenza solida, era tutto liquido o morbido o fluido, per tale motivo il mio stomaco si riempì in fretta ed altrettanto in fretta ebbe fame di nuovo all’uscita dal locale.

Alla fine della serata fui contenta dell’esperienza, anche se avrei voluto usare un po’ di più forchetta e coltello.

Prezzo del menù 70 euro, si possono anche scegliere portate à la carte, nel costo del menù non è compreso il vino.

Da Ö Vittorio – le specialità della Liguria in abito da sera

In Italia, Italiano, Liguria, Recco on novembre 6, 2008 at 6:16 pm
La focaccia di Recco della casa, preparata seguendo la ricetta originale

La focaccia di Recco della casa, preparata seguendo la ricetta originale

Lunedì 25 Agosto 2008

Viaggio di ritorno dalla lunga e calda estate passata in Sicilia.

Tappa in Toscana, per una notte dai miei genitori in soggiorno vicino a Cecina e poi di nuovo in auto e, dopo due ore di cammino e tanti chilometri bruciati dalla mia auto, io e la mia dolce metà di viaggio decidemmo di fermarci per cenare.

Ritenni valesse la pena inoltrarsi sulla costa della Liguria, magari avvicinandosi a Recco per consumare una focaccia con il formaggio in qualche gastronomia take away.

All’uscita del casello di Recco, una lunga e tortuosa discesa, curve di asfalto ci separavano dalla cittadina capoluogo della cucina regionale.

Al primo stop, girammo a destra, e, dopo pochi metri, un cartello lampeggiante ci indicava una locanda che, come specialità, serviva proprio la nostra focaccia di Recco. Parcheggiammo ed entrammo.

Al nostro ingresso nel locale, ci rendemmo subito conto che non si trattava di un take away nè di una trattoria a conduzione familiare. Ci ritrovammo in un ristorante decisamente diverso rispetto alle nostre aspettative e, devo dire, anche rispetto a quanto la location esterna facesse presagire.

Ecco i dati precisi del ristorante:

Da Ö Vittorio http://www.daovittorio.it

Via Roma, 160

Recco

Telefono: 018574029 – 018575896 è consigliata la prenotazione

Un cameriere ci dedicò un tavolo per due, consigliandoci di prenotare la volta successiva, infatti il locale era praticamente tutto riservato nonostante fosse un lunedì di fine agosto.

Prima di consegnarci il menù, il cameriere ci portò dell’acqua naturale e cominciò a raccontare le specialità liguri servite nel loro ristorante. Ci deliziò con la storia antica di alcuni medaglioni di pasta di loro produzione che in passato venivano timbrati in onore dei Signori della città; ci spiegò che è loro uso timbrare ciò che i clienti, su prenotazione, chiedono, soprattutto in occasione di ricorrenze speciali, quali matrimoni.

Dopo aver esposto la nostra idea di assaggiare la loro focaccia di Recco, il cameriere ci spiegò che nel loro locale essa viene servita come antipasto in piccola porzione, per cui ci consigliò di ordinare anche qualcos’altro come portata principale.

Scegliemmo quindi le trofie al pesto, nonostante la casa prevedesse un gran numero di diverse ricette, preferimmo optare per un piatto classico, che, lontano dalla Liguria, non potremmo di certo degustare allo stesso modo.

La focaccia era preparata con la ricetta originale, infornata in grosse teglie circolari di metallo e poi tagliata in piccole fette per essere servita. La quantità di formaggio e la qualità della pasta, la resero una delle migliori che io abbia mai provato, da quando, ai tempi dell’università, la scoprii in un locale nella mia piccola città natale (Como).

Anche il pesto si rivelò sublime, per nulla pesante alla digestione, freschissimo e dal gusto morbido.

Dopo il primo piatto decidemmo di fare il bis di focaccia, dividendone una porzione in due.

Infine decidemmo di assaggiare il loro dessert, un dolce alle mele con gelato alla cannella, incanto per il nostro palato già sazio, ma desideroso di dolcezza.

La carta dei vini di O Vittorio è molto ricca. Volli scegliere un vino di una casa che avevo conosciuto l’anno prima in vacanza in provincia di La Spezia. Si trattava di un rosso corposo, il Colli di Luni Rosso “Niccolò V da Sarzana”. La cantina si chiama Lunae e si trova a Ortonovo (Sp) (http://www.cantinelunae.it).

Il prezzo totale per questa ottima, quanto piacevolmente inaspettata, cena fu di circa 60 euro per due persone.

Consiglio a tutti coloro che si trovassero da quelle parti, di fare una capatina da O Vittorio, non rimarranno delusi!

Le grüpie – le mangiatoie, buona cucina, servizio e conto pretenziosi

In Torino on novembre 2, 2008 at 7:35 pm

Sabato 25 Ottobre 2008

Un sabato qualunque. Uno spiacevole intoppo. Una sgradevole sorpresa.

Forse è partito tutto con il piede sbagliato, forse l’umore non era appropriato, forse o di certo è sempre meglio parlare e chiarire ogni dubbio prima di ritrovarsi a pagare un conto inaspettato.

Ma…tale è il mio pensiero e questa è stata la mia avventura nel locale torinese di corso Sommeiller.

Ecco a voi l’indirizzo:

Le grüpie
corso Sommeiller, 27
Torino, Italy
0115089239
legrupie@libero.it è gradita la prenotazione

Il locale è aperto da pochi mesi, la cucina serve a pranzo e a cena.
Dopo averci fatto accomodare, uno dei soci del ristorante, pose in tavola un’entrée gentilmente offerta dalla casa. Si trattava di chips di patate viola francesi, una variante del tubero di origine americana che assume il caratteristico colore a causa dell’assorbimento di pigmenti dal terreno. Il proprietario ce le ha presentate come una “chicca” del locale ed effettivamente l’idea ci ha lasciati piacevolmente sorpresi.
In seguito, prima ancora di mostrarci la carta del menù, ci fu consigliato il salmone marinato al limone dallo chef servito su un letto di insalata; è stato molto apprezzato da tutti i commensali, il salmone era molto fresco e la marinatura delicata e deliziosa.
Come prima portata io e la mia dolce metà abbiamo deciso di dividere la pasta alla siciliana con ricotta al forno, pomodori freschi e olive, altri due dei nostri compagni di serata hanno assaggiato lo stesso piatto, mentre solo uno ha preferito variare e far seguire all’antipasto di pesce una ricetta di carne. Entrambe si sono rivelate ottime scelte, sia la ricetta siciliana che gli spaghetti all’amatriciana preparati secondo la ricetta tradizionale, con guanciale e accompagnati da una crema saporita.
A questo punto hanno cominciato a presentarsi i problemi. Tra l’antipasto e la prima portata l’attesa è stata sufficientemente accettabile, non più di 20 minuti.
In seguito il cameriere è passato a ritirare i piatti chiedendoci se desiderassimo il secondo e, dopo averci chiesto di attendere pochi istanti per ordinare, non si presentò più al nostro tavolo per oltre mezz’ora.
Nonostante tra i commensali stesse avendo luogo un’interessante conversazione, l’appetito cominciò a lasciare gradualmente il posto al torpore digestivo, tanto che solo due commensali si accordarono per suddividersi la seconda portata.
Per fortuna nessuno fu scontentato, infatti all’arrivo del cameriere con il formale bagaglio di scuse ci sentimmo dire che i secondi erano finiti eccetto uno, il polpo condito similmente al salmone preso come antipasto e poco interessante dal punto di vista gastronomico, nonché poco sapido.
Nell’attesa del secondo ci fu offerto un piatto di risotto al nero di seppia fuori dalla carta e probabilmente imbastito per ovviare alle problematiche che la cucina si era trovata a dover affrontare.
Tra una portata e l’altra fummo spinti a consumare una grande quantità di pane, grosso errore, ma quasi obbligato dalla spasmodica attesa nell’essere serviti.
Infine, consumammo come dessert (scegliendo tra una carta molto povera costituita da due dolci oltre ad un sorbetto) della crème brulée, denominata in tal modo nel menù, ma di fatto crema catalana con qualche granella di zucchero in superficie, in quanto mancava la tipica doratura data dalla fiamma ossidante.
Spiacevole fu anche la scelta del vino, essendoci stata consegnata una carta dei vini estremamente esigua, con una scelta misera di vini italiani, di cui solo uno (Barolo) dal Piemonte, e costellata da una serie di cancellature a penna sgradevoli all’occhio, optammo per il vino della casa, non presente sulla lista, ma consigliato dal proprietario.
Si trattava della produzione di suo padre e si trattava di un vino leggero, quasi acquoso (non ha praticamente lasciato macchie quando sbadatamente fu rovesciato sulla tavola); nessuno al mio tavolo gradì il consiglio, paragonammo quel vino ad uno da tavola acquistabile in cartone al supermercato.
La cosa più sbalorditiva fu che la caraffa da 0,75 L ci costò ben 12 euro, prezzo che avevo pagato per una bottiglia di ottimo Dolcetto d’Alba al ristorante l’Acino in centro a Torino.
In totale il conto della cena fu di 166 euro da dividere in cinque, adeguato solo se le qualità dello chef fossero state accompagnate da un altrettanto gradevole e tempestivo servizio ed una carta dei vini degna di tale nome.
Speriamo che, data la recente apertura, si sia trattato solo di uno spiacevole inconveniente.

La ruota – una girandola di portate, fino a non poterne più

In Torino on ottobre 27, 2008 at 10:02 pm

La ruota di Scalenghe

24 Ottobre 2008

Quella sera attendevo ospiti per il weekend, la mia dolce metà ed alcuni amici venuti da Como. Al loro arrivo, dopo aver posato i bagagli ed essersi rinfrescati dal viaggio stancante, partimmo alla volta di Scalenghe per una cenetta economica e divertente fra amici.

Sapevo cosa ci aspettava, avevo avvisato i miei compagni di viaggio riguardo alla tipologia del ristorante in cui avremmo cenato. Un servizio modesto ma cordiale, un contesto familiare, buon cibo locale casereccio, vino e acqua a volontà, un conto commisurato a quanto appena citato, questo locale non è certo l’ideale per una cenetta romantica. Così, senza sorprese, ci recammo al tavolo prenotato (è necessario prenotare, se no si rischia di non trovare posto) e ci godemmo una serata in tranquillità.

Ecco i dati del ristorante:

La ruota

Via S. Maria Pieve, 29
10060 Scalenghe (TO) a circa 40 minuti di automobile dal centro di Torino in direzione Pinerolo
011-9861701

Alla ruota le cose funzionano in questo modo: non esiste una carta nella quale scegliere le proprie portate, ma ogni commensale può assaggiare ogni piatto offerto dalla cucina. La cameriera passa e chiede il permesso di distribuire nei piatti tutti gli antipasti, i primi, i secondi e i dolci a loro disposizione, sta al cliente rifiutare o dire basta quando non ne può più.

Ecco cosa mangiammo:

Tra gli antipasti:

Affettati misti – salame nostrano, pancetta, prosciutto cotto e crudo (molto buoni e freschi)

Formaggio tipo toma speziato (un po’ aglioso, ma ottimo)

Aggiughe al verde (per i piemontesi, una delizia locale, per chi non le conoscesse sono acciughe dissalate in salsa di prezzemolo)

Cotechino con puré

Vitello tonnato (in Piemonte viene servito tra gli antipasti, ottima la salsa tonnata)

I primi:

Risotto con radicchio (buono)

Tagliatelle con sugo (un po’ scotte, niente di che, non raccomandabili)

I secondi:

Il fritto misto alla piemontese (per chi non lo conoscesse, ovvero per tutti coloro che sono estranei alla cucina piemontese, si tratta di una portata che nella giusta quantità potrebbe anche costituire un piatto unico, costituita da diversi cibi, sia salati sia dolci, impanati e fritti) in particolare, tra i fritti: cotoletta di pollo, zucchina, salsiccia, semolino, mela, amaretto morbido, bacio di dama ed infine rane (non le ho provate, ma i coraggiosi sostennero somigliasse al pollo).

Arrosto di vitello e faraona al forno che nessuno di noi riuscì ad assaggiare, ci arrendemmo prima

Patate fritte, alle quali non si riesce a dire di no

Macedonia con gelato al fiordilatte

Caffè per chi lo desidera (io non lo bevo)

Il tutto innaffiato con acqua a volontà e vino bianco e rosso; personalmente ho bevuto il bianco, un vino delle Langhe del 2007, non male.

Il conto è stato di 18 euro a testa, soddisfatti e stracolmi siamo tornati a casa con il sorriso sulle labbra.

L’acino – al quadrilatero romano un grappolo di bontà

In Torino on ottobre 27, 2008 at 5:57 pm

23 Ottobre 2008

Quella sera decisi di accogliere nel mio appartamento, nei pressi del centro di Torino, un ragazzo belga in viaggio di piacere in Italia, che sarebbe ripartito il giorno seguente per la sua città. Era la prima volta che mi decidevo a partecipare ad uno scambio culturale, ero timorosa, ma tranquillizzata dal gran numero di referenze positive che il giovane Jo aveva ottenuto a seguito dei suoi tanti viaggi in giro per l’Europa.

Jo si era messo in contatto con me tramite il sito www.couchsurfing.com, una community di persone che desiderano espandere i propri orizzonti ed aprirsi al mondo, conoscendo luoghi nuovi, surfando il divano di altri membri in tutto il mondo e, a loro volta, offrendo ospitalità gratuita a chi ne avesse il desiderio.

Dopo un giro a piedi per la città, mostrando le meraviglie della Torino che si accende al crepuscolo, decidemmo di fare una sosta in un ristorante per assaggiare le bontà della cucina locale. Optai per un locale che avevo già conosciuto qualche mese prima e dal quale ero rimasta colpita per l’ottima selezione di vini e per le delizie che lo chef offriva. Ci trovarono subito un tavolo nonostante non avessimo prenotato (il locale è sempre colmo per cui è meglio riservare un tavolo per non rimanere a bocca asciutta).

Il locale in questione si chiama L’acino, è un ristorante vineria nel cuore del quadrilatero romano, una sorta di quartiere latino in Torino.

Ecco l’indirizzo preciso:

L’acino

Via S. Domenico, 2
10122 Torino (TO)
011 5217077

Mi trovai a dover consigliare Jo per la scelta dei piatti da degustare. Mi comunicò di essere appassionato di carne, quindi non ebbi alcun dubbio: per lui del Vitello Tonnato e del Brasato al Roero del 2004 con patate. Usciti dal ristorante mi confessò di aver temuto che la salsa tonnata non gli sarebbe piaciuta, in quanto, solitamente, non ama le salse diverse da quelle cucinate in Belgio, ma appena provato il connubio tra carne e salsa al tonno, si è dovuto ricredere. Ha apprezzato ogni cosa tanto da non riuscire nemmeno a conversare mentre assaporava il piatto.

Personalmente, ho deciso di ordinare un menù senza carne, preferendo i formaggi, classico ingrediente della cucina piemontese. L’antipasto fu quasi una rivelazione. Scelsi una mousse al Castelmagno (formaggio tipico piemontese, poco conosciuto al di fuori della regione, decisamente costoso) con miele e composta ai fichi. L’abbinamento del dolce della marmellata al sapore deciso del Castelmagno mi accarezzò il palato e mi fece provare un’emozione che volli far continuare il più a lungo possibile, assaporando lentamente ogni boccone. E’ indescrivibile la bontà di quel piatto, consiglio caldamente di andarlo a provare.

Successivamente scelsi degli agnolotti ripieni di formaggio di capra, conditi con burro e salvia, anch’essi molto buoni, dal sapore deciso la pasta ripiena, classico il condimento.

Dal menù è anche possibile scegliere altre prelibatezze della cucina piemontese. In particolare consiglio alcuni piatti che assaggiai con la mia dolce metà la prima volta che conobbi l’Acino: il flan di peperoni con bagna caoda, l’antipasto misto chiamato “il verde” che presenta alcune delle specialità locali alla salsa verde (la speciale salsa al prezzemolo) tra cui le acciughe e gli agnolotti al brasato con sugo d’arrosto.

Il nostro pasto fu accompagnato da un cesto di grissini che Jo non aveva mai visto e che apprezzò molto, fui entusiasta di spiegargli la loro origine torinese ed il loro ottimo ruolo di sostitutivi del pane.

Bevemmo un’ottima bottiglia di Dolcetto d’Alba del 2007.

Una menzione particolare al servizio, facemmo presente il fatto di avere poco tempo e fummo accontentati senza alcuna obiezione.

Il conto, gentilmente pagato da Jo, è stato di 50 euro.

Jo mi raccontò di aver creduto che gli italiani mangiassero solo pizza e lasagne, dal momento che i suoi ospiti nelle altre città italiane gli fecero credere fosse così. Sperimentò la buona cucina italiana solo a Torino e, senza falsa modestia, grazie alla sottoscritta.